PNI 2025 e PNICube raccontano un ecosistema capace di trasformare innovazione scientifica, capitale umano e impatto territoriale in sviluppo sostenibile
Il Premio Nazionale per l’Innovazione, la cui XXIII edizione si è svolta a Ferrara lo scorso 5 dicembre, rappresenta un osservatorio privilegiato sulle traiettorie di sviluppo delle start up nate dalla ricerca, offrendo una lettura trasversale delle dinamiche tecnologiche, industriali e territoriali che stanno plasmando il nuovo ecosistema dell’innovazione. Con Paola M.A. Paniccia, Presidente di PNICube (Rete degli incubatori universitari e delle Start Cup regionali), docente universitaria ed esperta di imprenditorialità, innovazione e trasferimento tecnologico, abbiamo approfondito il ruolo decisivo degli ecosistemi dell’innovazione per accompagnare la transizione del Paese.
Il PNI nasce per trasformare ricerca scientifica in imprese deep tech ad alto impatto. In che modo le startup finaliste dell’ultima edizione stanno rispondendo, in concreto, alle tre dimensioni della sostenibilità?
«Le start up finaliste del PNI 2025 dimostrano che la sostenibilità, per le imprese deep tech nate dalla ricerca accademica, non è un claim ma un requisito strutturale. Sul piano ambientale, molte soluzioni agiscono su energia pulita, efficienza dei processi industriali, riduzione degli sprechi e nuovi materiali a basso impatto, spesso basandosi su tecnologie proprietarie e brevetti.
La dimensione sociale emerge nella capacità di migliorare la qualità della vita: all’healthtech alle tecnologie assistive, dall’AI applicata ai servizi pubblici fino all’innovazione sociale, con attenzione ad accessibilità, inclusività e impatto sui territori.
La sostenibilità economica è infine garantita da modelli di business solidi, fondati su TRL medio-alti, mercati in evoluzione e reale potenziale di scalabilità, frutto dei percorsi di formazione imprenditoriale e di trasferimento tecnologico».
Cleantech & energy, ICT, industrial, life sciences–MedTech: ambiti chiave per la transizione green e la qualità della vita. Quali trend emergono dal PNI 2025?
«La deep tech di matrice accademica sta diventando sempre più abilitante per le grandi transizioni ambientale, industriale e sociale, affrontando problemi complessi in modo sistemico. Nel Cleantech & Energy, RethaiN (Start Cup Campania – Università Federico II di Napoli), vincitrice del premio di settore e vincitrice assoluta del PNI 2025, ha sviluppato una tecnologia brevettata che trasforma il digestato degli impianti a biogas in biomassa microbica ad alto valore per biofertilizzanti e biostimolanti. Rapco2 (Start Cup Emilia-Romagna – Università di Bologna) purifica l’aria indoor catturando la CO₂ prodotta dal respiro delle persone e combinandola con idrogeno verde per creare gli eFuel del futuro.
Nel life sciences–MedTech, EvoClin (Start Cup Lombardia – Università Milano-Bicocca e Vita-Salute San Raffaele) ha sviluppato una piattaforma di machine learning in grado di prevedere l’evoluzione del cancro con un’accuratezza del 96%, supportando terapie oncologiche sempre più personalizzate. MYCOMED (Start Cup Lazio – Università degli Studi di Roma Tor Vergata) ha messo a punto formulazioni brevettate a base di retinoidi sintetici e naturali per la prevenzione e il trattamento delle infezioni fungine.
Nell’ICT, MuonLab (Start Cup Toscana – INFN e Università di Firenze) utilizza la muografia, tecnologia derivata dalla fisica delle particelle, per realizzare imaging densitometrico non invasivo di infrastrutture, siti industriali e beni culturali. RankWit (Start Cup Sicilia – Università degli Studi di Catania) ha sviluppato una piattaforma SaaS che monitora come e dove i brand vengono citati nelle risposte generate dai modelli di AI.
Infine, nell’Industrial, GraphiCore (Start Cup Lombardia – Politecnico di Milano) propone soluzioni di robotica avanzata e computer vision per il decommissioning nucleare, mentre BrainTex (Start Cup Piemonte-Valle d’Aosta – I3P) ha sviluppato un sistema di controllo qualità basato su AI che riduce l’impatto ambientale e i costi della non-qualità nell’industria tessile.
Nel loro insieme, le finaliste del PNI 2025 dimostrano che la ricerca pubblica italiana è in grado di trasformarsi in imprese deep tech pronte per mercati globali, capaci di generare impatto reale e di contribuire in modo concreto alla transizione sostenibile del Paese».
Il network PNICube è definito una “rete delle reti” e una best practice dall’OCSE. Quanto conta la dimensione di ecosistema per trasformare l’innovazione in sviluppo sostenibile?
«Conta in modo decisivo. PNICube ha costruito un modello di valorizzazione imprenditoriale della ricerca basato sulla collaborazione: università, enti di ricerca, incubatori, imprese, investitori e istituzioni lavorano insieme per superare la frammentazione e trasformare idee scientifiche in start up deep tech. Un sistema collaborativo, e non competitivo, che è la vera chiave della crescita. Il riconoscimento dell’OCSE come best practice conferma che l’innovazione, quando è sistemica, non resta confinata a singole storie di successo, ma diventa sviluppo diffuso e competitività sostenibile per i territori».
Nel PNI trovano spazio anche premi dedicati a imprenditoria femminile, innovazione sociale ed economia circolare. Quanto è importante legare sostenibilità, inclusione e capitale umano?
«È fondamentale, perché non esiste transizione sostenibile senza inclusione. I premi citati riflettono una direzione chiara: investire nel capitale umano come leva strategica di competitività. I dati lo confermano: nel quadriennio 2020–2024 le startup innovative a prevalenza femminile nate dal circuito PNICube hanno raggiunto il 18% del totale, contro una media nazionale del 13,7%. È un risultato che ci posiziona come un laboratorio avanzato di inclusione, in linea con le priorità di MIMIT e Invitalia, con cui collaboriamo in modo strutturato».
Guardando oltre il 2025: quali sono le tre condizioni chiave perché le startup nate dalla ricerca diventino un motore strutturale della transizione sostenibile?
«Rafforzare gli ecosistemi territoriali, colmare i gap strutturali, in particolare nell’accesso ai capitali early e late stage e nelle competenze manageriali per lo scale-up, e, infine, potenziare il trasferimento tecnologico, investendo nella professionalizzazione dei TTO e negli incubatori universitari come infrastrutture strategiche del Paese»




