Cucina italiana patrimonio Unesco

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Valore, identità e futuro delle imprese artigiane. Il riconoscimento Unesco alla Cucina italiana rafforza il legame tra tradizione, territori e saperi artigiani

Un’opportunità concreta per le piccole imprese agroalimentari, chiamate a coniugare qualità, sostenibilità e identità in un mercato sempre più attento all’origine e al valore del cibo.

Con Matteo Calzolari, presidente CNA Agroalimentare Bologna, approfondiamo le nuove sfide e le prospettive del settore.

Dal suo osservatorio, quali opportunità concrete apre il recente riconoscimento Unesco per le piccole imprese artigiane che custodiscono e innovano la tradizione gastronomica?

«L’opportunità che si apre per le PMI agroalimentari è quella di un’ulteriore valorizzazione della loro qualità, un valore spendibile in un mercato dell’enogastronomia in cui il cliente guarda con sempre maggiore attenzione a ciò che acquista e consuma. Il risultato ottenuto rappresenta anche uno stimolo per le piccole imprese artigiane a investire nella qualità, nella sostenibilità e nella trasmissione delle competenze.

Il riconoscimento riguarda la cucina italiana nel suo complesso e per il Made in Italy dell’enogastronomia, già ampiamente apprezzato a livello internazionale. I benefici interesseranno certamente i grandi marchi e chi opera sui mercati globali, ma si rifletteranno anche sulla piccola impresa agricola, sull’artigiano alimentare e sulla ristorazione di nicchia.

Oggi il consumatore sa che nel chilometro zero, nei laboratori artigiani – dove lavorano, ad esempio, le sfogline (artigiane specializzate nella preparazione della pasta fresca, ndr) – si trova quella qualità che l’Unesco ha deciso di premiare».

In che modo la sostenibilità – ambientale, produttiva e di filiera – sta diventando una leva decisiva per preservare e valorizzare nel tempo il patrimonio sociale ed economico della cucina italiana?

«La sostenibilità è ormai un valore imprescindibile per ogni impresa, tanto più nel settore alimentare. È una condizione necessaria per restare competitivi e riguarda anche le piccole e medie imprese. Le grandi aziende e le filiere produttive richiedono catene del valore sempre più sostenibili e trasparenti, e l’accesso al credito passerà sempre di più attraverso rating ESG.

Ma soprattutto è il cliente a fare la differenza: sceglie le imprese che dimostrano attenzione all’ambiente e alla responsabilità sociale. Avviare un percorso di sostenibilità significa migliorare reputazione e attrattività, accedere più facilmente al credito e anticipare le richieste normative e di mercato, che premieranno sempre di più le imprese impegnate nel miglioramento dei propri impatti».

L’Emilia-Romagna è un territorio simbolo, con una filiera agroalimentare profondamente radicata. Come si può innovare senza perdere identità e saperi locali?

«L’agroalimentare emiliano-romagnolo è un modello produttivo fondato su relazioni autentiche con il territorio, filiere corte e rispetto delle materie prime. È un patrimonio che appartiene all’intero Paese, ma che vive grazie alle migliaia di imprese artigiane che ogni giorno trasformano i prodotti della nostra terra in eccellenze riconosciute nel mondo. Se questi principi restano saldi, ogni innovazione nella coltivazione, nella trasformazione e nella ristorazione non solo preserva la ricchezza gastronomica del territorio, ma contribuisce anche a tutelare la terra stessa e a generare nuovo valore culturale ed economico. Innovazione non significa perdere identità, tutt’altro».

Il vostro settore vive quotidianamente il rapporto con le filiere corte e con l’agricoltura. Quanto conta questa prossimità per costruire modelli davvero sostenibili?

«Il riconoscimento Unesco non celebra solo la qualità dei prodotti e delle ricette, ma conferma il valore sociale ed economico che la cucina italiana genera nelle comunità locali. È un patrimonio vivo, costruito ogni giorno dal lavoro delle piccole e medie imprese dell’artigianato alimentare, che operano a stretto contatto con l’agricoltura e con la filiera agroalimentare del territorio».

Guardando al futuro, quali sono le sfide più urgenti per continuare a generare valore economico, sociale e ambientale?

«La designazione Unesco non è un punto di arrivo, ma una nuova partenza e una responsabilità ulteriore. Quando si alza l’asticella della qualità non si può più tornare indietro: il cliente, una volta abituato al gusto e all’eccellenza, si accorge subito dei passi indietro e non li perdona.

Le imprese, però, non possono essere lasciate sole di fronte alla competizione locale e globale. Basti pensare all’impatto che l’introduzione dei dazi statunitensi sta avendo sulle piccole imprese agroalimentari. Occorre sostenere le aziende, tutelare i prodotti e investire nella promozione della cultura gastronomica italiana.

La cucina è uno dei linguaggi più potenti con cui raccontiamo chi siamo, e le nostre PMI ne sono gli interpreti più credibili. CNA lo sa bene: la qualità dell’enogastronomia e il valore dell’agroalimentare artigiano sono al centro delle politiche di valorizzazione e di sostegno alle imprese. CNA Agroalimentare promuove un modello di agricoltura moderna, sostenibile e di comunità, capace di tutelare ambiente e paesaggio, garantire cibo sano e di qualità, assicurare redditività anche ai piccoli agricoltori e rafforzare filiere locali efficienti.

In questo quadro, preoccupa la progressiva riduzione delle risorse nazionali destinate all’agricoltura di qualità, alle aree interne e alle comunità montane. Investire in un’agricoltura di comunità significa investire nel futuro economico, ambientale e sociale del Paese»

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Immagine di Cinzia Funcis
Cinzia Funcis

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