Davide Salomoni, Innovation Manager di ICSC, ci ha condotto attraverso le complesse tematiche che si affrontano in questo HUB unico in Italia
Nell’area di Bologna dove sorgevano la Manifattura Tabacchi e i Magazzini del Sale, un’opera di recupero urbano ha dato vita al Tecnopolo DAMA, una realtà in cui confluisce l’eccellenza tecnologica Europea. Al suo interno hanno sede, nelle ex botti di essicazione del tabacco, ECMWF – European Centre for Medium-Range Weather Forecasts, portato a Bologna a seguito del trasferimento da Reading dopo la Brexit, ICSC, il Centro Nazionale di ricerca in HPC, Big Data Quantum Computing, il data centre CINECA che include il supercalcolatore Leonardo, e il data centre INFN – Istituto nazionale di Fisica Nucleare.
Cos’è ICSC?
«ICSC nasce da un finanziamento di 320 milioni di euro su fondi PNRR, erogati dal Ministero dell’Università e della Ricerca nel periodo 2022-2026. La nostra missione è essere il motore del cambiamento digitale italiano, integrando tecnologie come il calcolo ad alte prestazioni, il cloud, il calcolo quantistico e il processamento di grandi moli di dati. La sfida principale che vogliamo affrontare è aumentare il Technology Readiness Level (TRL) dei prodotti e servizi sviluppati dalla ricerca, portandoli fino allo stadio di “ready to market”. Il focus è, in particolare, andare from research to business, per sanare la storica debolezza italiana nel trasferimento dalla ricerca all’industria. Il nostro sistema accademico e della ricerca è all’avanguardia, con esempi eccellenti come Antonino Zichichi e i premi Nobel Parisi e Rubbia; ma la nostra eccellenza si ferma a volte di fronte alle difficoltà di trasferimento al mercato; siamo quindi spesso in ritardo rispetto a USA e UK, molto esperti nello sfruttare economicamente le ricerche fatte da altri. Non è un caso, ad esempio, che l’inventore del microprocessore sia un italiano, Federico Faggin, ma che lo abbia sviluppato in USA, dove risiede dal 1968. Ricerca e industria seguono abitualmente dinamiche diverse, in particolare nel nostro Paese, che possono rendere complesso il trasferimento tecnologico. Intendiamo agire come ponte per trasformare questa diversità in un punto di forza».
Qual è il ruolo della Fondazione ICSC e dell’Innovation Manager?
«Il consorzio ICSC nasce con un approccio innovativo, coinvolgendo circa cinquanta partners di cui trentacinque pubblici, tra cui molti Istituti di Ricerca e Università e quattordici istituzioni private. Il numero massimo di partners è stato a suo tempo definito dal Ministero nell’ambito del PNRR, per cui i nostri soci sono stati originalmente selezionati cercando di diversificare al massimo i settori di competenza e garantire multidisciplinarietà. D’altra parte, terminata la fase PNRR, stiamo ora raccogliendo adesioni per aumentare la base dei nostri soci. ICSC punta, in sintesi, a valorizzare l’Italia dal punto di vista della competitività ma anche della sovranità, poiché attualmente dipendiamo quasi completamente da tecnologie di paesi terzi. Tramite ICSC i dati, la potenza di calcolo e le competenze verticali (come ad esempio ricerca fondamentale, salute, città digitali, space economy, scienza dei materiali), distribuite sul territorio nazionale, sono accessibili a chi partecipa al consorzio. Il ruolo di Innovation Manager consiste nello sviluppare, introdurre e gestire l’innovazione in modo strategico, parlando con i consorziati, cercando sinergie e stimolando la creazione di progetti innovativi in particolare per l’economia e l’industria. Uno tra gli obiettivi che ci erano stati indicati dal Ministero era di stabilire connessioni tra pubblico e privato: ad oggi abbiamo dato vita a circa settanta progetti, nati da casi d’uso dei nostri soci privati che hanno coinvolto imprese terze ma anche sviluppato connessioni tra tutti i soci del consorzio. Queste interazioni hanno evidenziato collaborazioni non immaginabili a priori; tra le tante, un esempio di contaminazione sono le sinergie che si sono stabilite tra enti di ricerca, università e una grande società assicurativa, che ha utilizzato le piattaforme e l’analisi dei dati sviluppati nel progetto per la valutazione di rischi connessi alle polizze immobiliari, sfruttando informazioni provenienti da satelliti e droni. Questo networking tra pubblico e privato, assolutamente innovativo nel suo genere, è un asset che sarà portato nel post PNRR, una fase che sarà comunque finanziata, oltre che dai contributi dei soci, anche da fondi ministeriali già stanziati per gli anni a venire».
Quali sono i caratteri distintivi dell’attività di ICSC?

«All’interno di ICSC operano sia ricercatori, sia specialisti delle tecnologie che rendono fruibili i risultati della ricerca attraverso risorse infrastrutturali allo stato dell’arte. L’utilizzo di tali infrastrutture è complesso e richiede competenze avanzate: per questo il Centro si propone come ponte fondamentale tra la ricerca, tra chi sviluppa modelli computazionali ad alta intensità di calcolo e chi esprime bisogni attraverso casi d’uso concreti e necessita di risorse e supporto per vederli soddisfatti. Nel contesto attuale emerge con forza una frattura: da un lato i giovani spesso escono dall’università con una formazione prevalentemente teorica, dall’altro i professionisti dell’industria sono spesso concentrati su competenze verticali e settoriali. Il Centro si posiziona dunque come anello di congiunzione tra questi due mondi, direttamente o attraverso una rete di partner, offrendo competenze tecniche qualificate e la capacità di interpretare i bisogni, trasformandoli in progetti capaci di generare soluzioni innovative.
Il cuore dell’attività del Centro è l’utilizzo, l’aggregazione e l’analisi dei dati, che vengono prodotti sempre più spesso ai margini della rete. Dalle informazioni raccolte, per esempio, negli ospedali o attraverso i flussi generati dalle auto connesse, la periferia digitale è diventata la vera sorgente del valore. Non è un caso che uno dei punti di forza del modello Tesla sia proprio l’aver trasformato ogni vettura in un piccolo computer su ruote, capace di generare, analizzare e trasmettere enormi quantità di dati. Consapevole di questa trasformazione, il Centro guarda con molta attenzione all’edge, il luogo in cui i dati nascono. Lo fa collaborando con le PMI, che alimentano i sistemi con informazioni legate ai loro casi d’uso reali. È un percorso peculiare, quasi unico nel panorama europeo: partire dal punto in cui si crea il potenziale valore per arrivare a estrarlo, arricchirlo con altre fonti informative, con competenze e infrastrutture uniche, e costruire così una filiera digitale continua e coerente».
Avete cura dell’impatto sociale e ambientale delle vostre attività?

«Ogni nostro progetto è valutato non solo dal punto di vista tecnico ed economico, ma anche attraverso la lente di ciò che noi abbiamo definito con la sigla SII – Social Implications and Impact – un gruppo di lavoro che ragiona sull’impatto delle soluzioni trovate e si pone domande sul senso di ciò che si fa: lo facciamo perché lo possiamo fare, perché è utile, perché è necessario, perché ha una valenza etica? Quando si parla, per esempio, di intelligenza artificiale, l’esigenza più immediata riguarda la necessità di un approccio etico. Ed è proprio su questo terreno che l’Europa intravede l’occasione per colmare il divario con i Paesi oggi più avanzati, e anzi creare un suo vantaggio competitivo. Con l’AI Act, Bruxelles punta a definire un modello regolatorio distinto da quelli adottati in altre aree del mondo, caratterizzate da approcci differenti alla gestione dei dati e dell’intelligenza artificiale. L’impianto europeo pone infatti al centro la tutela della persona, della sua dignità e dei suoi diritti. Si tratta di un lavoro che non produce necessariamente risultati tecnologici immediati, ma che si intreccia con il tema della sovranità digitale e con la possibilità di distinguersi dai principali competitor globali. La validità di questa impostazione legata ai valori europei trova conferma nel fatto che Paesi come Giappone e Australia hanno già adottato normative ispirate al GDPR europeo. E poiché l’impatto dell’intelligenza artificiale sarà ancora più profondo, è plausibile che la centralità della dignità umana diventi un criterio decisivo nella scelta degli strumenti da adottare.
Accanto alla dimensione etica, resta aperto anche il capitolo dell’impatto ambientale delle tecnologie digitali. La riflessione sui green data centre è ormai imprescindibile. La domanda chiave è semplice: come giustificare un consumo energetico così elevato? La risposta dipende anche dai benefici generati. Se l’uso dell’AI contribuisce a migliorare la qualità della vita — si pensi alla sanità — o a rafforzare la competitività economica di un Paese, allora il costo energetico può essere considerato sostenibile, nonostante l’Italia sconti tra i prezzi dell’energia più alti d’Europa.
Parallelamente, procediamo con lo sviluppo di soluzioni a basso consumo destinate all’edge, il punto in cui i dati vengono prodotti. Un impegno che mira a ridurre l’impatto complessivo e a rendere più efficiente l’intera filiera digitale».
Anche le PMI possono beneficiare delle attività del Tecnopolo?
«In Italia le piccole e medie imprese rappresentano oltre il 90% del tessuto produttivo e costituiscono uno dei principali motori della crescita. Raggiungerle è cruciale, soprattutto in una prospettiva europea e non soltanto nazionale. I settori di nicchia, pur strategici, incidono infatti in misura limitata sul PIL, mentre il mass market è ormai terreno dominato da Stati Uniti e Cina. Da qui la necessità di costruire un modello alternativo, capace di valorizzare la forza diffusa delle PMI. Il nostro modello coinvolge in modo integrato ricerca, Pubblica Amministrazione e mondo produttivo. Per avvicinare le PMI abbiamo già attivato bandi che permettono alle aziende di proporre casi d’uso concreti, sui quali lavorano team dedicati. Il vantaggio è evidente: ad esempio, nelle AI Factories, infrastrutture computazionali europee basate sull’intelligenza artificiale in cui ICSC gioca un ruolo di rilievo, l’accesso ai servizi per le PMI risulta gratuito. L’attuale limite strutturale è che queste soluzioni operano portando le soluzioni fino allo stadio di ready to market, ma non fino alla piena messa in produzione».
Qual è il prossimo passo da compiere per non restare indietro?
«Il primo passo verso una reale autonomia europea è già stato avviato: la creazione delle già citate AI Factories. Si tratta di un’iniziativa strategica, arrivata con un certo ritardo rispetto agli Stati Uniti, dove lo sviluppo è trainato dai colossi tecnologici come Meta, Google e Microsoft. L’Europa ha scelto una strada diversa, sostenuta da un bando congiunto finanziato da fondi pubblici e privati, che ha portato alla definizione di diverse AI Factories, di cui quelle più grandi sono una in Italia e una in Finlandia.
La struttura italiana sorgerà al Tecnopolo e promette una potenza di calcolo fino a dieci volte superiore a quella di Leonardo, il supercomputer oggi decimo nel mondo per potenza di calcolo. Il suo compito sarà addestrare grandi modelli di intelligenza artificiale in modo pienamente sovrano, fino alla realizzazione di soluzioni concrete e pronte per il mercato. Questo primo traguardo consentirà di sviluppare applicazioni e tecnologie di punta, ma non basta. Per competere davvero serve un ulteriore salto: la capacità di gestire anche la fase di commercializzazione, quella con la marginalità più elevata. È un nodo cruciale, sia dal punto di vista economico sia per la costruzione di una vera sovranità tecnologica europea. La prospettiva di medio termine guarda dunque alla creazione di Giga Factories europee, infrastrutture capaci di rappresentare un’alternativa ai grandi cloud provider americani. Un progetto ambizioso, che richiede capitali ingenti — solo in parte reperibili attraverso fondi pubblici — e competenze altamente specializzate. L’obiettivo, nelle intenzioni, è arrivare a creare tre-cinque Giga Factories distribuite sul territorio europeo, in grado di sostenere una filiera dell’AI autonoma e competitiva. E un obiettivo che abbiamo è quello di contribuire a far sì che una di queste Giga Factories venga creata in Italia»




