Al Tecnopolo Dama parte la sfida dei manager per la sicurezza sul lavoro. Tecnologie intelligenti e semplificazione normativa per sostenere il tessuto delle PMI. Ne parliamo con Massimo Melega, Presidente Federmanager Bologna-Ferrara-Ravenna
Federmanager, realtà con oltre ottant’anni di storia, rilancia il proprio impegno nel definire nuovi modelli di governance e nel promuovere una cultura manageriale fondata sull’innovazione e sul cambiamento.
Il convegno Leadership e innovazione: il ruolo dei manager per la sicurezza sul lavoro, organizzato da Federmanager Bologna-Ferrara-Ravenna e ospitato il 4 giugno al Tecnopolo Dama di Bologna, ha segnato l’avvio ufficiale del gruppo di lavoro incaricato di sviluppare la Fase 1 del progetto “Safety Tech 2030”. L’iniziativa si propone come strumento operativo per favorire l’adozione di tecnologie avanzate a supporto della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, con l’obiettivo di accelerare un cambiamento ormai ritenuto imprescindibile.
Ne abbiamo parlato con Massimo Melega, Presidente di Federmanager Bologna-Ferrara-Ravenna.
Quali sono gli aspetti culturali indispensabili per interpretare in maniera efficace e attuale il ruolo di manager?

«Oggi, i requisiti più importanti per un manager sono essenzialmente tre: la visione “olistica” del proprio ruolo − che non può e non deve limitarsi allo studio degli effetti e delle conseguenze del nostro operato sull’ambito specifico nel quale operiamo −, il rispetto profondo e sincero per le persone, la curiosità nell’indagare ogni possibile strada per la soluzione dei problemi. Sempre nel rispetto dei primi due».
In quali ambiti l’attività di Federmanager si rivela più efficace e necessaria?
«Mettiamo a disposizione dei nostri associati – e delle aziende che rappresentano – un portafoglio di servizi in campo contrattuale, previdenziale, di assistenza sanitaria integrativa, assicurativi e di welfare. Un’offerta che, secondo una recente indagine Key2People, colloca la territoriale Bologna-Ferrara-Ravenna al primo posto tra le 51 sedi italiane per ampiezza e qualità dei servizi. Ma il vero valore aggiunto è la possibilità per i manager di leggere in profondità il contesto economico e produttivo regionale grazie al confronto diretto nelle commissioni e negli eventi territoriali. Un osservatorio privilegiato che consente di comprendere “in quali acque si sta nuotando”, intercettando opportunità professionali e di business in un ecosistema tra i più dinamici del Paese.
In questo scenario, la sicurezza e l’igiene del lavoro sono priorità assolute per ogni attore aziendale. Da qui, l’urgenza di mettere a disposizione strumenti concreti e innovativi per contribuire all’obiettivo “infortuni zero”, considerato ormai un traguardo imprescindibile per la competitività e la responsabilità sociale delle imprese. In Italia, come in Europa, la sicurezza sul lavoro ha una lunga storia, ma nel nostro Paese talvolta si privilegia la conformità documentale all’efficacia concreta delle misure preventive. Il Documento di Valutazione dei Rischi è troppo spesso custodito gelosamente nelle casseforti, invece di essere un prezioso ausilio nelle attività quotidiane, da aggiornare costantemente e da migliorare con il contributo di tutti gli attori aziendali».
C’è divario nell’approccio alla sicurezza tra grandi imprese e PMI? Se sì, cosa occorre per colmarlo?
«Nel settore tecnologico, anche le PMI possono accedere a soluzioni avanzate per la sicurezza a costi contenuti. Il vero ostacolo non è più l’innovazione, ma la possibilità di applicarla senza incorrere in sanzioni: un paradosso che rischia di penalizzare chi tenta di prevenire incidenti e salvare vite.
In Emilia-Romagna, dove il tessuto produttivo è composto da pochi grandi gruppi e una moltitudine di piccole imprese, l’adozione di tecnologie intelligenti − wearables, sensoristica IoT, videocamere con IA − si scontra con una stratificazione normativa complessa e spesso di difficile interpretazione. La combinazione tra Statuto dei Lavoratori, GDPR, AI Act e la recente legge 132/2025 crea un quadro regolatorio in cui molti sistemi di IA sono classificati “ad alto rischio”, imponendo oneri significativi e scoraggiando investimenti anche in soluzioni a forte impatto preventivo.
La complessità del quadro normativo sta producendo un effetto paradossale: molte aziende, temendo sanzioni e incertezze applicative, rinunciano a tecnologie che potrebbero prevenire infortuni gravi. Un freno che nasce da un impianto regolatorio che continua a leggere l’innovazione soprattutto come fonte di rischio, più che come alleata strategica nella tutela della sicurezza sul lavoro.
Per sbloccare l’impasse normativa, la Regione Emilia‑Romagna potrebbe istituire una Regulatory Sandbox Safety Tech, sfruttando gli spazi di sperimentazione previsti dall’AI Act. Un passaggio cruciale e urgente, nonostante la complessità di costruire uno strumento che in Italia non ha ancora precedenti. Il percorso richiederebbe una collaborazione estesa: dall’Agenzia nazionale per la cybersicurezza alla Conferenza Stato‑Regioni, dai ministeri competenti alle associazioni datoriali e sindacali, fino a Inail e Ispettorato nazionale del lavoro. Un’impresa impegnativa e ricca di incognite, ma ritenuta indispensabile per perseguire un obiettivo definito realistico e raggiungibile: zero vittime sul lavoro».
Le attività per promuovere la sicurezza sul lavoro rappresentano per le imprese un costo o un investimento?
«La sicurezza è un asset aziendale imprescindibile, che non corrisponde soltanto al dovere primario di tutti di proteggere la vita nostra e dei nostri simili, ma che concorre ad aumentare la produttività e la sicurezza, anche economica, dell’Impresa che la applica con convinzione. Non si tratta quindi di un costo, ma di un investimento molto produttivo.
L’insicurezza si configura come un costo (50-60mila euro di costo aggregato per il Paese moltiplicato per 600mila infortuni/anno in media in Italia, fonte HSE Hub, 9 ottobre 2025), mentre la sicurezza è un investimento. La differenza fra i due termini, per chi gestisce il bilancio di una azienda, è la stessa che c’è fra il conto economico e lo stato patrimoniale».




