Sotto la guida di una visione aperta dell’ecosistema imprenditoriale, Gianluca Dettori, Presidente di Primo Capital SGR, racconta il ruolo della piattaforma bolognese nel sostenere nuove imprese e talenti dell’innovazione
L’innovazione oggi non nasce più in contesti isolati, ma all’interno di ecosistemi aperti in cui start up, imprese, università e investitori collaborano per trasformare idee in progetti imprenditoriali concreti. In questo scenario si inserisce BIGBO – Boost Innovation Garage, la community bolognese che riunisce talenti, start up, corporate e istituzioni con l’obiettivo di rafforzare l’ecosistema dell’innovazione e favorire lo sviluppo di nuove imprese ad alto impatto.
Nato su iniziativa della Fondazione Carisbo, con il supporto operativo dell’Associazione Techgarage, BIGBO si propone come uno spazio di connessione tra competenze, capitale e opportunità, mettendo a disposizione programmi di accelerazione, mentorship e networking per accompagnare la crescita di progetti imprenditoriali innovativi. Ne abbiamo parlato con Gianluca Dettori, Presidente di Primo Capital SGR, per approfondire il valore degli ecosistemi aperti, il ruolo del venture capital nello sviluppo delle start up e le prospettive dell’innovazione nel territorio emiliano-romagnolo.
Quanto è importante, al giorno d’oggi, avere ecosistemi aperti di innovazione?
«Costruire ecosistemi aperti non è solo “importante”, è vitale. L’innovazione oggi non nasce più in isolamento nei laboratori chiusi delle grandi corporation, ma fiorisce nelle intersezioni, negli spazi di contaminazione dove start up, investitori, università e imprese tradizionali si incontrano. Trasformare un’idea in un’impresa solida richiede molto più del semplice capitale: servono mentor, competenze trasversali e, soprattutto, un network che permetta di validare il prodotto sul mercato in tempi rapidi.
Realtà come BIGBO agiscono come catalizzatori di questa energia. Creano quel “garage” concettuale, ma su scala industriale, dove l’apertura verso l’esterno permette di attrarre talenti e capitali, riducendo i rischi intrinseci del fare impresa e accelerando la competitività del sistema Paese».
Cosa cerca un Venture Capitalist in una start up?
«In qualità di investitore, quando valuto una start up per i nostri fondi, guardo prima di tutto al Team. Cerchiamo fondatori che abbiano grinta, una visione chiara e la capacità di esecuzione adattandosi rapidamente ai cambiamenti del mercato.
Oltre alle persone, cerchiamo l’ambizione. Non ci interessano solo i buoni progetti, ma quelli che puntano a mercati globali e risolvono problemi reali in modo innovativo. Valutiamo la solidità tecnologica, la scalabilità del modello di business e la capacità della start up di attrarre talenti. In un mondo iper-competitivo, la differenza la fa chi sa eseguire la propria visione meglio e più velocemente degli altri».
Quali sono le differenze tra un buon progetto e uno capace di scalare?
«Un “buon progetto” può essere una solida attività professionale o locale; un’impresa “scalabile” è quella che può aumentare i propri ricavi in modo esponenziale senza una crescita altrettanto lineare dei costi.
Questo “X factor” è spesso dato dalla tecnologia e dal network. Per scalare serve un modello di business ripetibile su mercati diversi, una struttura che regga la crescita rapida e un prodotto che diventi indispensabile per i propri utenti. La capacità di scalare è ciò che permette a una realtà nata in un garage di diventare un leader internazionale, come abbiamo visto accadere con alcune delle eccellenze nate proprio qui a Bologna».
Qual è il ruolo di BIGBO e il suo impegno sul territorio bolognese?
«L’Emilia-Romagna è il cuore pulsante di quella che definiamo la “Data Valley” italiana, un ecosistema straordinario per dinamismo e capacità industriale, ma è anche un tessuto economico molto dinamico e diversificato: dal food al packaging, dall’automotive al settore spaziale. Tuttavia, per competere a livello globale, serve unire i puntini. BIGBO gioca un ruolo importante: è il punto di caduta fisico e relazionale che mette in connessione il mondo della ricerca, la manifattura d’eccellenza e il capitale di rischio. Questo progetto non sarebbe possibile senza il supporto e la visione della Fondazione Carisbo, che ha compreso come il sostegno all’innovazione sia il miglior investimento per il futuro del territorio, mettendo a disposizione non solo spazi (oltre 1.000 mq in via della Ferriera), ma un vero e proprio motore di sviluppo.
Come Primo Capital, abbiamo dimostrato il nostro impegno sul territorio bolognese investendo in realtà che oggi sono campioni globali o leader di settore. Penso ad esempio a Cubbit, pioniera del cloud distribuito che rappresenta perfettamente l’eccellenza tecnologica della regione. BIGBO è lo strumento ideale per far sì che storie come queste non siano eccezioni, ma la norma del nostro ecosistema».
Che ruolo rivestono la formazione continua e programmi come EdTech LaunchPad nell’economia dell’innovazione?
«Il tema del lifelong learning è oggi centrale. In un’economia dell’innovazione, le competenze invecchiano velocemente; il vero vantaggio competitivo non è ciò che sai oggi, ma la velocità con cui riesci a imparare domani. In questo contesto poi l’impatto dell’intelligenza artificiale sarà prorompente ridisegnando i confini del lavore e delle professioni.
Programmi come EdTech LaunchPad, ospitati a BIGBO, sono essenziali per colmare il gap tra formazione tradizionale e necessità del mercato del lavoro tecnologico. Supportare start up che si occupano di reskilling e apprendimento continuo significa investire sull’infrastruttura più importante di tutte: il capitale umano. Senza una formazione all’altezza, anche i migliori capitali finanziari rimarrebbero improduttivi. La crescita dell’economia dell’innovazione nei prossimi anni dipenderà direttamente dalla nostra capacità di sostenere il talento in ogni fase della sua carriera».




