Competenze, collaborazione tra imprese, integrazione con università e istituzioni. L’attrattività di un territorio ad alta tecnologia nasce dalla capacità di fare sistema. Un modello che trova nell’Emilia-Romagna un contesto particolarmente favorevole allo sviluppo di filiere avanzate e interdisciplinari
Matteo Torre è Amministratore Delegato di HPE Group, gruppo industriale specializzato nello sviluppo di componenti meccanici ad alte prestazioni per automotive, motorsport e Advanced System. L’azienda opera nella Motor Valley emiliano-romagnola, collaborando con università e partner internazionali con un forte orientamento all’innovazione tecnologica e alla crescita sostenibile.
Dal punto di vista di un gruppo industriale come HPE, quali sono oggi i fattori che rendono un territorio realmente attrattivo per lo sviluppo di attività ad alto contenuto tecnologico?
«Per un gruppo come il nostro, l’attrattività di un territorio non è un concetto astratto, ma si misura nella capacità di alimentare un ecosistema ad alta complessità, in cui l’innovazione nasce dalla sinergia costante tra attori diversi. Le collaborazioni con il mondo accademico rappresentano un elemento decisivo: il legame con Università di Modena e Reggio Emilia e il progetto MUNER consentono un trasferimento continuo di competenze tra ricerca e industria, contribuendo a rafforzare la competitività tecnologica del territorio.
Questo modello si inserisce in una rete di relazioni tra imprese che va oltre la semplice fornitura. Ci consideriamo partner strategici dei principali brand della Motor Valley, con cui condividiamo la sfida di anticipare la crescente complessità tecnologica dei prodotti e dei processi. In questo contesto, il ruolo delle istituzioni è altrettanto rilevante nel creare condizioni favorevoli allo sviluppo imprenditoriale, attraverso infrastrutture adeguate e una governance capace di sostenere l’innovazione.
Un elemento distintivo è rappresentato anche dal forte senso di appartenenza al territorio, che contribuisce ad attrarre competenze qualificate. Oggi il 65% dei nostri 370 dipendenti è laureato e l’età media è di 35 anni, a dimostrazione che i giovani cercano ambienti ambiziosi e tecnologicamente all’avanguardia».
Le filiere produttive stanno evolvendo verso modelli sempre più integrati e collaborativi. Che ruolo giocano oggi le reti d’impresa nel rafforzare la competitività e la capacità di affrontare le trasformazioni del settore?

«Operiamo in un contesto economico caratterizzato da forte instabilità, ma riteniamo che le medie imprese italiane abbiano ancora tanto da esprimere. La nostra forza risiede nella reattività e nella capacità di intercettare opportunità di business che i grandi colossi faticano a gestire con la stessa velocità. Per HPE Group, fare rete significa aver costruito una struttura integrata, composta da società specializzate nella progettazione e nello sviluppo di componenti mecca nici ad alte prestazioni per diversi ambiti applicativi. Questo assetto consente al gruppo di operare come un sistema unico, capace di coniugare specializzazione tecnica e visione strategica.
La dimensione collaborativa si estende anche oltre i confini nazionali. Le partnership con università e imprese europee e nordamericane permettono di ampliare il perimetro delle competenze e di affrontare con maggiore efficacia le sfide poste dall’evoluzione tecnologica e dalla competizione globale».
Sempre più spesso si parla di impatto economico e sociale delle imprese. Come si traduce concretamente, per un gruppo come il vostro, la capacità di generare valore sul territorio?
«Riteniamo che il successo industriale non possa prescindere dalla responsabilità di generare valore per la comunità di riferimento. Il nostro approccio privilegia una visione di medio-lungo periodo, orientata a una crescita progressiva e sostenibile piuttosto che al risultato immediato.
Questo si traduce in investimenti continui su persone, processi e sviluppo tecnologico, con l’obiettivo di rafforzare l’intera filiera produttiva. Il concetto di Integrated Thinking trova applicazione concreta, ad esempio, nel sostegno a percorsi di formazione avanzata – tra cui borse di studio dedicate all’intelligenza artificiale – e nella valorizzazione del capitale umano. Oltre il 98% dei collaboratori è assunto con contratto a tempo indeterminato, a conferma di un modello imprenditoriale che punta alla stabilità e alla continuità delle competenze».
Guardando all’Emilia-Romagna, quali elementi del suo ecosistema ritiene possano rappresentare un vantaggio competitivo nei prossimi anni?
«L’Emilia-Romagna si distingue per uno spiccato spirito imprenditoriale diffuso e per la capacità delle istituzioni di sostenere lo sviluppo economico attraverso politiche orientate all’innovazione. Tuttavia, il vero fattore distintivo per il futuro sarà l’interdisciplinarietà.
La contaminazione tra competenze diverse e tra settori produttivi rappresenta una leva strategica per generare nuove soluzioni tecnologiche e modelli di business evoluti. La capacità di far dialogare industrie differenti consente al territorio non solo di mantenere un ruolo di eccellenza nella produzione, ma anche di posizionarsi come hub internazionale di sviluppo e sperimentazione.
Grazie alla capacità di mettere in relazione competenze e settori diversi – quella che definiamo una vera e propria contaminazione tra imprese – l’Emilia-Romagna non è soltanto il luogo in cui produciamo, ma un polo di eccellenza da cui orientiamo i percorsi di innovazione su scala globale».




