L’Emilia-Romagna si conferma tra i territori più innovativi del Paese: un ecosistema dove università, imprese e istituzioni hanno costruito negli anni un modello di collaborazione stabile e riconoscibile. È un territorio che corre veloce. Forse anche per l’eredità simbolica della Motor Valley, si può immaginare la regione come una supersportiva lanciata verso il giro perfetto, sostenuta da una filiera dell’innovazione che funziona.
I punti di forza sono distribuiti lungo tutto il sistema: atenei di eccellenza, una cooperazione pubblico privato che favorisce la nascita di start up e incubatori, un tessuto di PMI altamente specializzate e pronte ad adottare tecnologie avanzate – dall’industria 4.0 all’economia circolare, fino ai modelli ESG –. A questo si aggiungono un’intensa attività di ricerca (l’Emilia-Romagna è la prima regione italiana per brevetti pro capite), un livello di digitalizzazione sopra la media nazionale e investimenti significativi in supercalcolo, big data e infrastrutture strategiche.
Cosa manca a questa vettura da sogno per diventare davvero irraggiungibile? La prima sfida si evidenzia in un punto delicato della filiera: la capacità di trasformare i risultati della ricerca e le intuizioni delle start up in prodotti competitivi, scalabili e pronti per il mercato. È qui che il sistema rallenta. Le giovani imprese, pur agili e reattive nell’adottare nuove soluzioni, faticano a crescere di dimensione. Una scala ridotta limita la competitività sui prezzi e rende più difficile rispondere alle esigenze dei mercati globali.
A questo si aggiunge un altro nodo strutturale: la frammentazione del tessuto produttivo. Una moltitudine di imprese piccole e piccolissime significa anche minore capacità di investire in modo massiccio, non solo nell’innovazione incrementale ma soprattutto in quella radicale, quella che cambia davvero il passo.
Il carburante, poi, non è sempre sufficiente. Mancano capitali “pazienti”, fondi di venture pronti a sostenere rischi e tempi lunghi. Manca un vero branding internazionale capace di proiettare la regione oltre i confini nazionali, come hanno fatto negli anni città come Barcellona o Berlino. E pesano ancora barriere burocratiche e linguistiche che rendono il territorio meno accessibile: procedure complesse per bandi e finanziamenti, autorizzazioni lente, un carico amministrativo che scoraggia soprattutto chi arriva dall’estero.
Infine, il tema più sensibile: il capitale umano. L’Emilia-Romagna forma talenti, ma non sempre riesce a trattenerli. Il risultato è una carenza cronica di competenze specializzate, soprattutto STEM e digitali. Non è il cuore dell’innovazione a mancare – la capacità di generare competenze tecniche eccellenti è indiscutibile – ma la cornice che dovrebbe convincere queste competenze a restare. La storia insegna che lo sviluppo delle civiltà non procede mai in linea retta. Alterna fasi di crescita, momenti di consolidamento e, talvolta, salti improvvisi che cambiano il corso degli eventi. Altre volte, come accadde ai Maya, agli Egizi o alla leggendaria Atlantide, intere civiltà svaniscono lasciando solo le testimonianze della loro grandezza passata. Oggi ci troviamo in una fase in cui un nuovo balzo in avanti è possibile. E non riguarda soltanto la tecnologia. Anche la capacità – profondamente umana – di accogliere, sostenere, costruire comunità e visioni condivise è parte integrante dell’innovazione. Più di quanto si possa immaginare.




