Sfide e opportunità per l’industria

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Competenze, filiere integrate e apertura internazionale rendono l’Emilia-Romagna uno dei principali hub industriali europei. Restano decisive le sfide legate a disponibilità abitativa, digitalizzazione e rafforzamento del mercato unico per sostenere competitività e capacità di attrarre talenti

Imprenditore attivo in un contesto manifatturiero fortemente integrato con le filiere regionali, Marco Moscatti promuove iniziative orientate allo sviluppo dell’imprenditorialità giovanile, al dialogo tra impresa e formazione e al rafforzamento della competitività del sistema produttivo regionale.

Quali sono oggi i punti di forza dell’Emilia-Romagna come ecosistema per l’innovazione?

«Il punto di forza principale è la grande sinergia tra imprese, società civile e istruzione, anche accademica. Abbiamo aziende eccellenti e università di assoluto valore – Bologna, Modena, Parma, Ferrara – unite a una qualità di vita che non ha pari in Italia. Questi tre fattori si rafforzano a vicenda: l’istruzione attrae talenti, le opportunità lavorative li trattengono, la qualità della vita rende l’ecosistema stabile e attrattivo. Non a caso siamo una delle due sole regioni italiane con saldo demografico positivo. A questo si aggiunge la molteplicità delle filiere – Motor Valley, Food Valley, Data Valley, Packaging Valley – che lavorano in sinergia generando un circolo virtuoso. E c’è una cultura del lavoro diffusa, tra imprenditori e collaboratori, che altrove si è persa: la voglia di costruire qualcosa che funzioni bene».

Quali elementi rendono il territorio particolarmente attrattivo per chi vuole fare impresa?

«Chi fa impresa trova una supply chain completa e ravvicinata, con fornitori e clienti a pochi chilometri, e un tessuto economico molto dinamico. Questo facilita lo sviluppo e accelera i processi. Esiste anche un buon dialogo con le istituzioni, ma non mancano criticità: per esempio la legge sul consumo di suolo a zero nel modenese sta creando problemi reali. Se un’azienda non può ampliare i propri stabilimenti, rischia di delocalizzare. Bisogna trovare un equilibrio tra tutela ambientale e sviluppo, perché l’83% del welfare italiano è pagato dal sistema industriale».

Il tema dei talenti è centrale: come rendere il territorio più attrattivo?

Marco Moscatti

«Le opportunità nascono dalle industrie: se si permette loro di crescere, i giovani talenti trovano spazio. Va rafforzata la sinergia tra imprese e istruzione facilitando stage e tirocini il prima possibile. Come Gruppo Giovani Imprenditori lavoriamo molto in questa direzione: andiamo nelle scuole a raccontare cos’è un’impresa, già dalle scuole medie, e con superiori e università conduciamo simulazioni d’impresa, dall’idea al business plan, al prototipo, al marketing. Vogliamo mostrare che l’imprenditoria è un percorso possibile, non riservato a chi ha un’azienda di famiglia. Nel nostro gruppo, un terzo degli associati sono imprenditori di prima generazione».

Quali competenze sono oggi decisive per chi guida un’impresa?

«Contano sempre di più le soft skills, a partire dalla capacità di ascolto del mercato e dei collaboratori. In un contesto incerto come quello attuale non si può essere tuttologi: servono squadre di eccellenza e una leadership capace di tenere insieme le persone, ovvero fare in modo che ciascuno si senta protagonista e contribuisca al massimo, allineando il proprio percorso professionale a quello personale. Un’azienda di 100 persone deve essere un’azienda con 100 cervelli, non un cervello e 200 mani. E poi serve audacia decisionale: non investire, per paura, è il modo più rapido per uscire dal mercato. La base resta una formazione tecnica solida, integrata da competenze trasversali e cultura umanistica».

Guardando ai prossimi anni, quali sono le priorità per rafforzare la competitività regionale?

«La prima è risolvere la crisi abitativa: senza case, non si attirano talenti. La seconda è rimuovere i freni allo sviluppo degli stabilimenti. La terza, imprescindibile, è il digitale e l’intelligenza artificiale: un cambio di paradigma irreversibile, un prerequisito per restare nel gioco. Ma sulla digitalizzazione siamo ancora indietro. E poi serve lavorare sull’integrazione del mercato a livello europeo: l’Emilia-Romagna ha un’altissima quota di export, minacciata dalle tensioni globali. Se si rimuovessero le barriere non tariffarie interne all’UE – come indicava già il rapporto Draghi – e si uniformassero le regolamentazioni, l’Europa potrebbe diventare un vero mercato interno. Oggi a volte è più difficile esportare in Francia che negli Stati Uniti. Senza un mercato ampio, le nostre imprese rischiano di perdere competitività rispetto a player globali».

Che ruolo possono avere i giovani imprenditori nella costruzione di un nuovo modello di sviluppo?

«I giovani imprenditori sono innanzitutto imprenditori. Quando riescono ad assumere responsabilità, portano maggiore apertura, propensione al rischio e capacità di adattamento. Le statistiche dicono che le aziende con almeno un under 40 hanno performance migliori. Non avvalersi dei giovani significa perdere opportunità. Ma il punto, per me, è anche un altro: bisogna riuscire a costruire una vera alleanza tra imprenditori e collaboratori, fare in modo che ciascuno lavori come se l’azienda fosse sua. Nella nostra azienda stiamo sperimentando sistemi di profit sharing legati all’EBITDA, e in alcune divisioni stiamo valutando spinoff per permettere ai responsabili di diventare soci. Sono processi win-win. Chi non coinvolge le persone nel valore che crea rischia di restare indietro e perdere competitività nei prossimi anni».

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Immagine di Irene Canziani
Irene Canziani
Giornalista freelance, scrive di innovazione, imprese e tecnologie emergenti, con un focus sui contesti B2B e sulle economie locali. Si occupa anche di editing e fact-checking di articoli e analisi, oltre che di pianificazione editoriale per grandi brand e progetti corporate.

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